Se la Germania ha rappresentato la culla della musica elettronica con i vari Kraftwerk, Can, Tangerime Dream, l’america dal canto suo non è stata a guardare. Da queste parti si è sempre respirata un’aria molto black, un crocevia perfetto tra soul, blues, funk, hip hop, con Detroit promossa a capitale mondiale del movimento Techno. Potrebbe essere la storia di tanti piccoli cinati dj, ma qui la faccenda sembra spiccare il volo verso orizzonti fino al quel momento inesplorati. La motor city si presenta come un grosso cantiere, catene di montaggio, operai nelle fabbriche, un’ atmosfera molto grigia e tetra. Questa sorta di meccanicismo a fatto si che l’aria si dipingesse di nero e a dettar i tempi di questa routine lavorativa incombe sul mercato musicale un nuovo genere musicale chiamato Techno music.  Un background nato intorno all’ ’82/’83 ma la prima etichetta che si fregia di appartenere alla techno è Metroplex, creata da Juan Atkins nel 1985. Successivamente l’ ’86 e l’ ’87 sono stati anni chiave, una compilation della Virgin Recording ha avuto il merito di far diffondere questa cultura musicale in tutto il mondo. Una prima ondata Techno ha alle spalle nomi illustri come: Derrick May, Kevin Saunderson e Juan Atkins  tutti dj amanti della musica bianca, new wave e industrial su tutte, ma ovviamente molto soul nel loro background musciale. Un continuo sperimentare tra Sintetizzatori, Drum Machine, Sequenzer e campionatori hanno trasformato la forma classica di song (strofa e ritornello), con la sovrapposizione di tanti layer, strati sonori che venivano facilitati dal uso di macchine, un utilizzo molto intuitivo ma allo stesso tempo molto emozionale. Come qualunque movimento underground che si rispetti, il genere fin dall’inizio rimane di nicchia fino a che qualcuno non decide di divulgare questi suoni così meccanici e robotici rompendo così barriere e sovrastrutture legate a generi di massa.  Jeff mills con il soprannome di “the wizard” viene a conoscenza di mike banks (grande amante dei kraftwerk, dell’hip hop e della musica black in generale), l’intento comune era quello di creare un suono molto ricercato, il loro sound era un incrocio perfetto di sonorità progressive unite alle capacità dance di cui jeff mills ne è l’artefice.  Nel 90 iniziarono a dare vita alla loro etichetta, Underground Resistence,   non in contrapposizione con la scena attuale, ma per dare un segnale forte, partendo dalle radio locali fino alla conquista delle fabbriche abbandonate, dove i loro padri erano stati licenziati.  Un movimento di ribellione con una cassa dritta che rappresentava la voglia di riscatto di tanti ragazzi che assaporavano nell’aria una nuova cultura musicale.  Successivamente anche Robert Hood prende parte al gruppo con molte produzioni all’attivo. U.R. è Techno militanza allo stato puro, che vede l’etichetta come protagonista rispetto all’artista. Le prime apparizioni dietro la console hanno un sapore tutto particolare, visi coperti a testimoniare che la musica doveva essere al di sopra di qualunque dj che suonasse quei dischi, da qui la frase storica di Mike Banks: “siano molto più importanti i suoni di ciò che noi saremo”.  Se oggi la Techno è diventato un ingrediente fondamentale per i tanti clubbers che invadono festival e club di tutto il mondo, c’è da inchinarsi e portare tanto rispetto a chi quasi 30 anni fa ha avuto il coraggio di irrompere sul mercato musicale, underground resistence ha rappresentato la vera svolta in termini di cultura musicale  con brani come: “the time is up”, “the final frontier”, “sonic”, “waveform”, “nation 2 nation”.  Benvenuti nella musica del terzo millennio: “No hope, no dream, no love, my only escape is underground”.

 

di Valerio Spinosa