Boston
Spazio fra i prodigi ittici e urbanistici del Wharf di Old Atlantic Avenue, con lo sguardo rivolto allo sconfinato mare del New England che si fa oceano. Una lingua di vita costellata di isolotti, più o meno piccoli e selvaggi, su cui si stagliano fari bianchi a indicar la via verso scenari maestosi, in cui perdersi e apprezzare il profumo della solitudine e della navigazione. Uno scorcio, che solca l’orizzonte dal Maine al Rhode Island, amato dal talento e dall’occhio di Edward Hopper. Una luce ambigua, vitale e cupa, energica e introversa al tempo stesso, abbagliante e di fatto insondabile come lo spirito di questa baia. Immensità contraddittoria di queste luoghi. Penso alla Boston di Charlestown, del Tea Party del 1773, della filiera di mattoni rossi con lampioni a gas delle residenze sulla collina di Beacon Hill, hub senza tempo degli intellettuali progressisti. La Boston di Harvard, del MIT, della Rivoluzione, delle lotte per i diritti civili, del 4 luglio, del fascino indiscreto della “maledizione del bambino” targata Red Sox, illuminata a giorno dal faro plebeo dell’insegna Citgo. La Boston di una Downtown dallo skyline a misura d’uomo, del “Freedom Trial”, delle ardite giustapposizioni architettoniche di Copley Square, delle aragoste e delle ostriche, della movida multietnica un po’ radical chic di Kenmore Square, dello shopping di Back Bay fra fashion victim e PhD. La Boston del groviglio taciturno di lamiere figlio del rush hour, dei corpi alieni che si sfiorano lungo le sponde del fiume, delle ombre irrequiete del Mystic River, dei patrioti, degli idealisti, degli abolizionisti, delle tecnologie, dei salotti letterari, dei teatri, delle diroccate case di legno colorato, del lusso sussurrato e della povertà a schiera, dell’anima europea e del sentimento indipendentista, delle armi da fuoco e del lardo imperante. La Boston di chi insegue un fuori campo notturno sui marciapiedi di Lansdowne Street, fra rock club e battitori liberi, sotto l’ombra delle gradinate della leggenda del Fenway Park, fra spot che illuminano a giorno la sfida dell’uomo qualunque con il Green Monster. La Boston dei pensatori e dei gregari, di Larry Bird, di Babe Ruth, di Paul Revere, degli eroi di sempre, di quelli conclamati e di quelli silenziosi. Una metropoli con le innegabili contraddizioni che ogni anelito di libertà reca con sé: “We sell guns! Welcome Criminals & Terrorists” recita una maxiaffissione sulle pareti dello stadio. Forse l’oro di Boston è proprio nelle viscere del tessuto urbano di questa eurozona dai connotati di frontiera, che condivide l’affascinante sogno americano e le sue intrinseche miserie.


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