Tim Burton (il dramma della normalità)Sospesa, tra cornici fiabesche e surreali, tra creature grottesche e caricaturali, l’esperienza visiva di un film di Tim Burton è un viaggio nell’animo umano. Un cinema profondamente personale, dove il regista ripropone fedelmente quelle che possono essere definite delle vere e proprie ossessioni. Strumento ormai consolidato per Burton, il linguaggio simbolico della fiaba fa da specchio al proprio sguardo di autore all’interno della rigidità, più o meno aggiornata, di Hollywood e della falsa libertà predicata dall’american way of life.

Le solari cittadine o periferie della provincia americana, perfettamente ordinate e curate, sono decisamente l’ambientazione migliore dove far apparire all’improvviso i suoi protagonisti frankensteiniani.Sue creature “sovversive”, messe in caricatura fino all’estremo, nevrotiche e schiave di un passato traumatico, perfetti eroi negativi e cinici. Feticci di una cultura della resurrezione e dell’assemblaggio del corpo, mostruosi per la loro fisicità frantumata.

Creature artificiali, sopravvissute all’esperienza della morte, il cui corpo ricucito è costantemente soggetto alla mutazione. Ecco che l’ assemblaggio del fisico si fa così metafora del genio Burtoniano. Di quella sua originale tendenza, puramente postmoderna, di ibridizzazione del cinema, di commistione tra culture alte e popolari che lo rende elemento di sicuro “ disturbo” all’interno del pacifico ordine hollywoodiano.

di Silvia Teti